Sapeva in che modo calibrare il timbro della voce, il tono delle frasi e i tempi in cui pronunciarle.
Sapeva lasciare tutti senza parole e senza ragioni.
Sapeva dove e quando comparire e scomparire.
Sapeva riconoscere le occasioni e la maniera di sceglierle e consumarle.
Sapeva volersi bene: rifletteva negli sguardi degli altri l'amore di sè e inseguiva con ostinazione la propria voce tra i pensieri altrui.
Accumulava innumerevoli sensi senza colpa.
Eseguiva giochi di prestigio, con cui realizzava stupende costruzioni della mente, dietro cui si nascondeva un mondo cavo, che inghiottiva ogni cosa, rapinando la vita.
Assecondando l'umore del momento, confezionava i giorni in forma di sorrisi, parole, corpi, seduzioni, rabbie, risentimenti. E intanto, teneva d'occhio quella porta semi-aperta, da cui avrebbe potuto affacciarsi tutto ciò che non voleva accettare.
Manteneva caparbiamente intatte le proprie visioni fatte di aromi, sensazioni epidermiche e rituali della quotidianità.
Era dotato di silenzi e solitudini, che utilizzava per trasformare le tracce mute del ricordo in un incantato dialogo con se stesso.
L'uomo che ascoltava se stesso, con coraggio, rimaneva fermo ad ascoltarsi, seduto sul bordo di un'idea ... di sè.
giovedì 3 maggio 2007
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